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- ONORA TUO FIGLIO


Lettera al padre, di Franz Kafka

“Caro papà,
io non ho mai provato
un solo momento della mia vita
in cui tu non mi facessi paura;
poi io riconosco che tu eri bravo,
che tu mi volevi bene,
che tu ti aspettavi da me grandi cose,
… eri fatto in un modo che mi facevi paura
… a me, piccolo bambino un po’ spaurito,
sognatore, portato a scrivere poesie di notte, perché non dormivo,
con i miei problemi polmonari in arrivo
e le questioni psicosomatiche,
con i miei problemi con le donne…”

Un buon lavoro, una bella casa, una famiglia, un figlio perfetto…
Non è forse questo il “sogno” di molte donne d’oggi?
Nobili aspettative, che derivano da un nuovo e ancora sconosciuto modo di relazionarsi tra uomo e donna ed inevitabilmente si scontrano con le esigenze incombenti, con realtà destabilizzanti, con la paura di deludere e la difficoltà di “essere all’altezza”…
Un malessere, non sempre plateale, ma spesso altrettanto pericoloso che può corrompere la maternità.

Quel ruolo erroneamente ritenuto “istintivo e facile” ed un figlio che invece, risponde a leggi sconosciute, scombussola la vita e sovverte tutte le aspettative di chi, magari, vorrebbe pianificare tutto.

Un ruolo, che spesso non è maturo e pronto.

Un ruolo spesso forzato da una gravidanza non programmata.
Un ruolo spesso non sostenuto da un amore profondo e stabile, con il padre del bambino.

Fino a qualche anno fa, i ruoli tra uomo e donna erano ben delineati. L’uomo provvedeva al mantenimento materiale della famiglia e la donna a quello strumentale. La donna aveva tutto il tempo necessario per curarsi della casa, del marito e dei figli, aveva modo di assecondare la sua femminilità, confrontandosi e confidandosi con le altre donne della comunità, dalle quali, al bisogno, aveva tutto l’appoggio necessario. Difficilmente veniva lasciata sola durante i primi tempi della maternità e poteva contare sul sostegno delle mamme/nonne, durante i primi anni di vita del bambino.

Oggi, la società è mutata. Le donne sono spesso costrette a lavorare, sviluppando ruoli ed attitudini prevalentemente maschili, sono sempre più oberate dalle mille cose da fare, non hanno più il tempo per assecondare quell’espetto prettamente femminile che è il parlare, il confrontarsi, lo sfogarsi,il sostenersi vicendevolmente. Di fatto vengono a mancare i supporti sociali delle altre donne, il malessere non ha più interlocutori e cresce lo stress.
Tra l’altro, spesso accade che le mamme siano restie ad affidare il proprio piccolo ad altri e nei momenti di crisi sentano di dover combattere da sole. Chiedere aiuto significa dichiarare il proprio fallimento e la propria impotenza.
Si tratta spesso di madri che pur accudendo il bambino sul piano materiale, sono turbate a livello emotivo per i motivi più disparati, così, invece di fornire un “base sicura” alla richiesta di cura e amore da parte del bambino, diventano fonte di paura, o perché esse stesse “impaurite” o addirittura perché apertamente maltrattanti.
Questo è particolarmente vero quando le mamme sono adolescenti, in preda a cambiamenti ormonali e caratteriali destabilizzanti, con identità e valori appena accennati, con ruoli non ancora definiti, nè a livello personale, né sociale, né di relazione, nè studentesse, nè lavoratrici, non più bambine, nè donne, nè mogli.


Genitorialità consapevole


Instabilità emotiva, motivi talvolta futili, il pianto esasperato del bambino o la mancanza di sostegno dal proprio compagno, possono scatenare una collera esasperata e un attacco violento contro il bambino.
A far scattare i maltrattamenti sono spesso i banali comportamenti del bambino, cui i genitori attribuiscono una valenza negativa (da “Le violenze sul bambino” di S.Kempe e C.H. Kempe 1973). Ogni capriccio può essere considerato come un totale rifiuto nei propri confronti, si pretende obbedienza ed anche i tentativi di autonomia del bambino scatenano la spiacevole sensazione di non avere più il controllo della situazione, generando risentimento e rabbia.
A queste “situazioni” possono sommarsi gli atteggiamenti deI genitore non abusante, che sembra non accorgersi delle difficoltà della compagna e fa poco o niente per proteggere il figlio, accrescendo così la sensazione di “non protezione” e di paura del bambino.

In questo contesto, il termine maltrattante, non è riferito solo alle violenze fisiche, ma anche a quelle più subdole e profonde, della più semplice quotidianità del rapporto madre – figlio, quelle psicologiche.
Quella molestia dettata dai continui rimproveri, dai biasimi, dal ripudio di una madre troppo esigente, ipercritica, dura, inflessibile, una madre che non ha mai una parole dolce per il suo bambino, che non gli mostra fiducia, che non lo lascia libero di sbagliare. Quella persecuzione psicologica per la quale le aspettative negative verso il proprio figlio, divengono “la profezia che si autoverifica”.

“Essere genitori” è un impegno, una responsabilità ed il minimo che si possa fare per sè stessi e per un essere tanto fragile, come un bambino, è rispettare quella vita donata, consapevoli delle conseguenze che le proprie azioni, oggi, avranno sul loro equilibrio di domani.

"Se il tuo amore è ancora oggi per me fondamentale, non potrò mai amare nessuno in modo equilibrato…"

Se il bambino non riesce a farsi un’idea stabile di come funziona la figura accudente, il suo “attaccamento” sarà di tipo “disorganizzato”, sempre altalenante tra il “bisogno” di cura e amore e la sensazione di “paura e rifiuto”.

Qui, si fa particolare riferimeto alla figura materna, quale fonte primaria di accudimento, ma è ovvio che quanto trattato si riferisce anche alle altre figure del nucleo familiare, non ultimo ovviamente il padre. La violenza all’interno di esso, comunque sia agita, altera profondamente la fiducia ed i rapporti affettivi del futuro adulto.
I bambini traumatizzati, sviluppano una maggiore reattività e mostrano livelli maggiori di disagio, di rabbia, di aggressività e di attivazione. La vulnerabilità è più elevata, il bambino è in uno stato di allerta continuo e distorce le informazioni emotive in senso negativo sovrastimando la rabbia.
Oltre alla collera e alla rabbia, l’universo emotivo dei bambini maltrattati è contraddistinto da colpa e vergogna, che nascono dalla percezione del fallimento di standard posti dall’esterno e/o interiorizzati.

Siamo in presenza di bambini che hanno una bassissima tolleranza alla frustrazione ed una altissima sensibilità agli attacchi, con la tendenza a reagire in modo impulsivo e rabbioso.

Gli psicologi cognitivisti, gli psicologi dell’attaccamento, gli studiosi di neuroscienze e diversi psicoanalisti, convergono nell’idea che questa sia la radice della formazione dei disturbi borderline di personalità, in cui la sintomatologia infantile, permane anche nell’età adulta.

L’infanzia brutalizzata o emozionalmente deprivata porta ad avere dei modelli di vita disordinati e di conseguenza la vita sociale ed economica ne subiscono gli svantaggi.

Il bambino dall’infanzia violata, diventa un adulto disadattato, che difficilmente si accorge del suo male, ma intossica la vita di tutti coloro che lo amano. Per un bordeline è difficile capire e accettare. Solo accettando il proprio passato, rileggendo le proprie esperienze con razionalità e distacco e talvolta, come dice Miller (1990), ammettendo a se stessi il dolore di essere stati rifiutati e/o maltrattati, e soprattutto comprendendo che “il passato è passato”, si può fare un salto importante nell’elaborazione delle esperienze di violenza e crearsi un futuro migliore.

La possibilità di prevenire le malattie mentali e i disturbi del comportamento dei bambini e quindi degli adulti di domani, sta tutta nella capacità dei genitori e nel rispetto che essi sanno avere dei loro bambini…



Dammi fiducia, incoraggiami e saprò ripagarti

I bambini non sanno ciò che è bene e ciò che è male, sono gli adulti ad insegnarglielo.
Ma se gli adulti sono a loro volta poco più di bambini e nemmeno loro sanno cos'è giusto e cosa è sbagliato, i bambini non lo sapranno mai e cresceranno allo sbaraglio più completo.


Essi crescono ed apprendono con i “no”, con le sfide alla coerenza genitoriale, con le punizioni, ma abbisognano anche di incoraggiamenti. I bambini hanno bisogno di fiducia, di sapere che pur sbagliando saranno ancora amati, hanno bisogno di sentire che sono amati.

Guardiamoli negli occhi, per rafforzare il nostro legame e farli sentire importanti.

Non nascondiamoci dai nostri figli quando siamo tristi o piangiamo. Le sofferenze fanno parte della vita ed i bimbi devono apprenderlo e devono imparare che è giusto lasciarsi andare alle proprie emozioni.

Parliamo, parliamo, parliamo. Parliamo con loro, in modo più semplice di come si farebbe come un adulto, ma comunque come una persona. Parliamo con loro quando ci sono dei problemi, dei dolori o dei lutti. I bambini non sono idioti e capiscono molto di più di quello che si pensa, ma se non li sosteniamo, potrebbero autoincolparsi di situazioni spiacevoli. Possedere il linguaggio non significa soltanto essere capaci di dire le parole.

Incoraggiamo il loro sviluppo. Un bambino cresce intellettivamente e impara a riconoscere il mondo facendo nuove esperienze, esplorando. Incoraggiamo il loro desiderio di conoscere, non frustriamo questo suo bisogno con rimproveri ed urla.

Lodiamoli, ogni volta che possiamo. Impariamo a notare, incoraggiare e lodare tutte le cose positive che fa, piuttosto che rimproverarlo per quelle che non fa o fa male. Gli sarà più facile capire e sentirsi amato. Riconosciamo le sue conquiste.

Facciamo sentire ai nostri figli che li amiamo. Una cosa è amare, un’altra è “far sentire il proprio amore” coi fatti, con la presenza personale, con l’esempio, dando fiducia, lasciando libertà senza metterli in pericolo, comunicando con loro, trasmettendo i buoni valori, esprimendo le nostre emozioni, incoraggiandoli e comprendendoli quando sbagliano.



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